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USO E ABUSO DI ANSIOLITICI E SONNIFERI

USO E ABUSO DI ANSIOLITICI E SONNIFERI

SPECIALISTA: Dr. Giuseppe Quaranta

Alzi la mano chi non ha mai assunto una benzodiazepina, i comuni ansiolitici, in vita sua.
Vi faccio qualche nome: EN, Tavor, Lexotan, Xanax, Alprazolam, Lorazepam, Delorazepam, Rivotril, Flunox, Stilnox, Minias (quanti vecchietti prendono il Minias? È praticamente una delle “droghe” degli ottantenni)…
Ovviamente, questa è una provocazione. Voglio sperare ci sia qualcuno che non ne ha mai avuto bisogno! Ma è per dire quanto gli ansiolitici siano diffusi nella popolazione generale. Sono talmente entrati nella routine quotidiana che spesso i pazienti dimenticano di riferire al medico che li assumono. Talvolta, quando vedo per la prima volta un paziente e si arriva a capire che tipo di terapia assume, mi capita che questa persona faccia un elenco di farmaci, a volte breve a volte lungo, e quasi sempre in questo elenco non ci sono benzodiazepine. Strano! Essendo tra i farmaci più prescritti in assoluto.
Allora dico: – La terapia è tutta qui? E’ sicuro di non prendere nient’altro?
E il paziente: – Certo dottore, è tutta qui, non prendo nient’altro, per lo stomaco gliel’ho detta, per la tiroide anche, per la pressione è quella lì che le ho messo sulla scrivania, per la depressione e l’ansia gliel’ho fatta vedere. E nonostante tutte queste pasticche io mi logoro, il nervoso mi mangia, non dormo la notte… Faccio di quei lavori!
E io: – E’ sicuro di non prendere altro? Sicuro sicuro? Ad esempio qualcosa per dormire la notte?
E il paziente, dopo averci riflettuto almeno un paio di minuti, fa: – ah sì, dimenticavo, poi ci sarebbero 15 gocce di Minias ogni sera e al bisogno prendo un compressa di Tavor da 2,5 mg.
E io: – Al bisogno cosa significa? Quanto è questo bisogno?
E lui, sconsolato: – Dottore, praticamente ora ne ho bisogno tutti i giorni, più volte al giorno.
Beh, di storie così ce ne sono migliaia.
Le benzodiazepine (BDZ), dette anche tranquillanti minori (o comunemente ansiolitici), sono delle molecole che vengono usate nel trattamento dell’ansia e dell’insonnia a breve termine (per un periodo non superiore ai 15 giorni, si legge sul foglietto illustrativo). Il limite più evidente delle BDZ è il legame che le persone sviluppano con questi farmaci, da una parte per il loro pronto effetto sui sintomi d’ansia (il paziente le prende e dopo 10 minuti si sente più rilassato e tranquillo), e dall’altra per la capacità di indurre abuso e dipendenza. Ci sono altri limiti, non meno importanti (che discuteremo in un altro post).
Usare questi ansiolitici in maniera prolungata induce assuefazione ossia scomparsa degli effetti iniziali (il paziente deve aumentare la dose per ottenere l’effetto che aveva in precedenza) e tendenza a sviluppare, se si sospendono bruscamente, una sindrome da sospensione temporanea i cui sintomi dipendono essenzialmente dal tipo di BDZ usata, dalla quantità e dalla durata precedente di assunzione. I sintomi legati a una brusca sospensione possono essere variabili: dal ritorno dell’ansia, all’irritabilità, all’insonnia, ai cattivi sogni (i pazienti corrono subito in farmacia infatti, come chi rimane senza sigarette si precipita al tabacchino), a sintomi anche più importanti, come quadri psicotici ed epilettici, fino a possibile exitus, cioè morte. In tutto simile al delirium tremens degli alcolisti in astinenza.
Per prevenire questo, le BDZ non dovrebbero essere assunte per lunghi periodi. Purtroppo i pazienti ansiosi, sperimentando benefici immediati, le assumono con costanza e il legame viene mantenuto anche quando l’effetto non c’è più (difficilmente il paziente lo dirà, perché per lui l’effetto continua a esserci anche se dal punto di vista biochimico è chiaro che non è così).
Vi spiego come funziona. Funziona così: il paziente si alza la mattina e prende, diciamo, lo xanax, e subito si sente meglio. Dopo un paio d’ore, quando lo xanax diminuisce e non si ritrova più in circolo, inizia a stare peggio, ha una sorta di micro-astinenza, e inizia a vedere l’orologio: quando arriva l’ora di prendere il nuovo Xanax?
Nella mente del paziente si radica l’idea che ha bisogno dello Xanax (o comunque della BDZ che assume) e non pensa che è proprio questo farmaco a mantere in vita, attraverso questo andamento di soggettivo benessere-microastinenza-nuova assunzione, il suo continuo disagio. Inoltre, l’effetto “benefico” iniziale delle BDZ è intenso e rapido e imprime nel cervello un ricordo che è difficile da dimenticare. E pazienti che hanno fatto terapie molto efficaci sull’ansia e sul controllo emotivo o umorale e che sono stati bene per anni e anni, alla prima ricaduta non ricordano nulla di tutto ciò, tantomeno il dottore che li ha fatti star bene, ma sicuramente ricorderanno di mandare un familiare a prendergli lo Xanax in farmacia.
Ma, a parte la dipendenza dalle benzodiazepine, perché queste fanno male?
E se fanno male, come si fa a sostituirle? A eliminarle?
“Dottore e se me le toglie, come faccio allora a dormire?” dicono solitamente i pazienti, quando gli viene proposta una sospensione graduale delle benzodiazepine.
La domanda posta dal paziente è viziata da un errore che gli abusatori e dipendenti da benzodiazepine non riconoscono: loro NON dormono bene, loro NON sono tranquilli.
Se si valuta l’andamento nel tempo del loro disturbo psichiatrico dopo assunzione cronica di benzodiazepine, chiunque dei loro familiari sarà pronto a giurarvi che in realtà sono più ANSIOSI.
Non solo, sono in generale più INSTABILI COME UMORE e passano da momenti di torpore in cui si sentono stanchi e privi di forze a momenti di nervosismo, di agitazione, di allarme, di irritabilità. Sono più impulsivi, e a volte esplosivi con scatti d’ira, possono arrivare a rompere o lanciare oggetti (se in casa volano ferri da stiro, è il caso di indagare su una possibile intossicazione cronica di ansiolitici), se la prendono per cose di poco conto, sono diventati eccessivamente sensibili o permalosi, frignano o piangono per nulla. Ogni cosa può dare loro fastidio, dai suoni troppo forti come una tv accesa ad alto volume, a luci troppo intense. Persino la percezione del dolore è aumentata, spesso hanno dolori diffusi. Il sonno che loro credono di avere con i tranquillanti è un sonno in realtà frammentato, completamente alterato nella sua architettura e pertanto non ristoratore. Per rispondere alla domanda iniziale del paziente, loro non assumono infatti la benzodiazepina per dormire, ma perché è arrivato il momento di “drogarsi”, perché non possono fare a meno di prenderla. Che la prendano per dormire, come dicono, è una scusa che potrebbe mettere in piedi qualsiasi tossicodipendente.
A questa instabilità emotiva e ansiosa, si associano i problemi cognitivi e motori indotti dalle benzodiazepine. Questi pazienti sono più lenti, hanno minori riflessi, si stancano molto facilmente, sono meno concentrati, fanno fatica a prestare attenzione e mantenerla, dimenticano con facilità le cose, i nomi…
Molte delle alterazioni radiologiche, alla TC, alla Risonanza magnetica cerebrale, che compaiono in soggetti con demenza, possono presentarsi in soggetti che usano benzodiazepine da anni e anni.
Indi per cui, attualmente, non vi è mai (o quasi mai, tranne in casi particolari di cui non vi sto a parlare) indicazione a proseguire a lungo termine la terapia con Benzodiazepine. E lì dove è possibile, le benzodiazepine vanno tolte.
Generalmente, si procede in maniera molto simile a come si fa con i tossicomani da eroina. La benzodiazepina viene sospesa e si inserisce una benzodiazepina potente a emivita lunga, come il clonazepam, e nel tempo si procede con lo scalaggio del clonazepam, con lo stesso principio con cui si provvede a curare un eroinomane con il metadone.
Ovviamente, la vecchietta che assume il minias da anni e anni e ne è ormai dipendente, si comporterà alla stessa stregua di un tossicodipendente da eroina o altra sostanza d’abuso. Quando possono, tendono a prendere una dose più elevata (se si autosomministrano le gocce ne fanno cadere sempre qualcuna in più nel bicchiere), negano o minimizzano gli aspetti negativi dell’uso e solitamente li attribuiscono ad altre cose (“dottore, ho lanciato un libro in testa a mio marito, è vero, ma non perché sono nervosa io, ma perché è lui che mi fa arrabbiare, è colpa sua”), non riescono a ridurle, spesso diventano pusher, cioè le spacciano come sostanze miracolose alla vicina del piano di sotto, fanno di tutto per potersi procurare la loro “sostanza”, anche falsificando ricette (ho avuto pazienti che avevano rubato ricette ai loro figli medici e avevano falsificato la firma per ottenerle in farmacia. Mamma, non ci provare!), spesso a Natale portano un panettone al farmacista con cui sono riusciti ad avere il farmaco sottobanco.
Quando possono, parlano male a tutti del dr. Quaranta che gliele voleva togliere.

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